RUMOR(S)CENA- ROMA- Non ci si lasci ingannare dallo sviamento didattico vista la profondità dell’argomento e la complessità dello stesso. E non si parli neanche di semplice reading per attore solo perché l’esperto teatrante Stefano Sabelli, pioniere abbastanza solitario della scena molisana (base Ferrazzano) mette in gioco corpo, cuore canto, anima e sentimento. Può stupire fino a un certo punto che tratti di un argomento religioso da agnostico (non ateo) ma questioni amicali, parentali (il fratello lavora in questa area “calda”) e esistenziali presiedono l’ispirazione per l’immersione nell’origine dell’uomo. Non della creazione ma della fede. In nuce Abramo è stato il primo essere del mondo (debitamente monitorato) a credere. Che poi sia l’Abramo della religione cattolica o l’Ibrahim della fede musulmana poco importa all’autore norvegese (Svein Tindberg) e meno che mai al suo mentore italiano Sabelli.

E non è una bipartizione ma addirittura una tripartizione considerando che l’ennesimo polo è quello ebraico. Tre eserciti in campo che puntano sullo stesso Dio, forse a dimostrazione che c’è o che comunque si crede in qualcosa di riconoscibile e insostituibile. Oggi gli equilibri in campo – ricorda Sabelli- sono molto chiaro: due miliardi di cristiani con molte specifiche (ortodossi, anglicani, luterani, protestanti in genere, ortodossi, evangelici e chi più ne ha ne metta) e poi due blocchi più compatti con un miliardo e ottocento milioni di musulmani e venti milioni di ebrei, ovviamente non insediati solo in Israele. La parabola di Abramo con il lungo viaggio che parte dalla mitica Ur, la città del Caldei, è la storia avventurosa di un tragitto esperienziale e religioso di portata favolistica che ben si sposa con la mimesi teatrale. Qui si stagliano le figura di Sara, del primo figlio Ismaele, partorito dalla serva Agar (con un certa disinvoltura ma anche con conseguenze non peregrine del caso) e poi di Isacco, finalmente figlio legittimo.

L’apparentamento di Abramo con un faraone egiziano, poi il litigio e la ripresa del lungo cammino. A chi sbandiera i valori universali descritti come superiori dell’Europa in cerca di rivalsa (per non essere schiacciata dal sandwich Trump-Putin) occorrerebbe la presa di coscienza in questa viva rappresentazione della felicità para-orgiastica di Babilonia, dello splendore dell’altro polo Ninive. Sprigionamento di creatività che riceve una doccia gelata nel racconto quando il punto finale è Gerusalemme dove il nome del Muro del pianto prende tre etichette diverse secondo la tripartizione già descritta. L’attore racconta del contatto spigoloso con un rabbino ma quello che gli rimane più nella visione + il colpo d’occhio sulla città. “Gerusalemme la più bella città del mondo”. Se non che dopo la prima visione superficiale si accorge che è una città bunker dove le case dei palestinesi sono prese a bersaglio di una sorta di terrorismo di Stato israeliano.

E il percorso fino a Hebron in una macchina blindata è lo specchio di una situazione para-bellica conflittuale quasi scolpita nell’eternità. Dunque spettacolo laico in cui essere figli di Abramo anziché fattore di riconoscimento e unità diventa pretesto per divisioni ulceranti. L’attore squaderna edizioni pregiate dei Vangeli, della Torah e del Corano e cerca di trovare elementi unificanti considerando che sotto l’insegna del numero 12 sono nate le tribù che hanno fatto la storia dei popoli e delle religioni. Non mancano nelle due ore tese e vibranti di spettacolo toni più leggeri e quasi goliardici.
La citazione de la “Terra promessa” di Eros Ramazzotti, un concitato dialogo con un palestinese un po’ truffatore che gli spilla biglietti non richiesti e che, all’occorrenza, parla sardo, richiami alla popolarità televisiva globale di Trinità e Don Matteo. Ecco quello che differenzia questa versione italiana da quella di Abrahams Barn, l’edizione originale che nella sola Norvegia ha chiamato a raccolta 150.000 spettatori. Le musiche dal vivo dell’ensemble di cui fanno parte Manuel Petti, Marco Molino, Irene Apollonio, Daniele Giardine e Lorenzo Mastrogiuseppe sono il contrappunto klezmeriano all’esibizione che richiede energia, vigoria e convinzione ben spese dal protagonista.
FIGLI DI ABRAMO, un patriarca, due figli, tre fedi e un attore, tratto da Abrahams Barn di Sven Tindberg, traduzione e regia di Gianluca Iumiento, con Stefano Sabelli, produzione Teatro del Lotto/Teatri molisani, distribuzione Terry Chegia.
Visto a Roma al Teatro Sala Diamante, Sala Black il 22 marzo 2025.